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Roberto Saviano: «Raccontiamo una storia che riguarda tutti»

Incontro con Saviano, Giovannesi e Di Napoli, al Festival di Berlino per presentare, in concorso, La paranza dei bambini.
di Giancarlo Zappoli

In foto, da sinistra, lo sceneggiatore Maurizio Braucci, l'autore Roberto Saviano e il regista Claudio Giovannesi, durante il photocall de La paranza dei bambini al Festival di Berlino.
martedì 12 febbraio 2019 - Berlinale

In concorso al Festival di Berlino, La paranza dei bambini è il nuovo film di Claudio Giovannesi, scritto insieme a Roberto Saviano e interpretato dal giovanissimo esordiente Francesco Di Napoli. I tre protagonisti del film, nelle sale italiane da domani 13 febbraio, hanno incontrato la stampa svelando la costruzione dell'opera.

Nel libro affermi di aver dato particolare attenzione al linguaggio. Come tutto ciò è stato trasposto nel film?
Saviano: C'è stato, rispetto al libro, continuità per il dialetto e per il linguaggio dei corpi nel tentativo di stabilire quale parte della storia conservare. Nel libro c'è anche uno studio del potere qui invece prevale la fenomenologia del sentimento. Cioè cosa succede a un ragazzino che pensa di morire nel giro di quattro anni. Si tratta di un gioco che diventa irreversibile e si trasforma in guerra. La mia scrittura vuole arrivare al lettore per invaderlo con i temi che affronto tenendo anche presente ciò che dice don Tonino Bello: "Non è più tempo di confortare gli afflitti ma di affliggere i confortati". Vogliamo cioè raccontare una storia che riguarda tutti. I ragazzini della Paranza napoletana non sono poi così dissimili dai loro coetanei in altre parti del globo. Ciò che li contraddistingue è però una speciale lampada di Aladino: una pistola. Con quella puoi ottenere tutto.

Una domanda per Francesco. Nel film la scuola non compare, la famiglia c'è e non c'è, di altri lavori non se ne parla. Questa è la realtà che vive la maggior parte dei ragazzini che vivono nei quartieri popolari di Napoli?
Sì. I miei coetanei pensano che chi va a lavorare sia stupido. La scuola la si frequenta due giorni a settimana, il genitore talvolta o è in carcere o non c'è proprio. Io ho fatto il pasticcere perché i miei genitori non avevano la possibilità di farmi andare avanti. Ho lasciato gli studi, non potevo mantenermi nell'attività di calciatore. Ho avuto poi la possibilità di questo film e l'ho sfruttata. Sono cresciuto durante le riprese (che sono avvenute in sequenza dall'inizio alla fine in modo da permettere a tutti gli interpreti di avere ben chiara l'evoluzione dei personaggi) anche se all'inizio, quando mi hanno chiesto se volevo fare il film, al primo provino non mi sono presentato perché pensavo che si trattasse di una truffa. Poi mi sono venuti a cercare a casa e una coach mi ha chiesto di gridare, in piedi su una sedia e davanti a una ventina di ragazzini, "Io sono Zeus!" Da quel momento ogni timidezza è scomparsa.
Giovannesi aggiunge di aver provinato 4000 ragazzi. Ne cercava uno con tre caratteristiche che ha trovato solo in lui: "Cercavamo un volto innocente in un ragazzo che conoscesse il mondo di cui si intendeva parlare nel film e poi un talento innato per la recitazione che consentisse di mostrare i sentimenti dei personaggi".


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In foto una scena del film.
In foto una scena del film.
In foto una scena del film.

Nel passaggio dal libro al film molte cose sono ovviamente mutate. Il padre scompare, la madre non è colei che chiede vendetta e la pistola non viene comprata dai cinesi. Cosa ha motivato queste scelte che non sono secondarie?
"Nel passaggio dal libro al film", dice Giovannesi, "volevo evitare la pornografia dei sentimenti. Alcune situazioni che reggono benissimo sulla pagina si trasformano in retorica o in melodramma sullo schermo. C'è stato quindi un lavoro di sottrazione. Per la pistola abbiamo chiesto ai ragazzi quale avrebbe potuto essere un modo rapido per ottenerla e la risposta è stata l'azione che si vede nel film."
Saviano aggiunge che l'assenza della famiglia doveva emergere nel film. I padri hanno perso di autorevolezza. I 'paranzini' o accudiscono o disprezzano i genitori. Quando il ragazzino inizia a guadagnare più dei genitori conquista anche la camera più importante. Va poi sottolineato che la maggior parte dei 'paranzini' non ha un padre camorrista. Si tratta di una scelta indipendente dalla famiglia di origine.
Giovannesi, che ha diretto due episodi della seconda stagione di Gomorra, sottolinea come qui l'intenzione fosse totalmente diversa. Là si trattava di lavorare nell'ambito di un genere mentre in questa occasione lo sguardo voleva essere un altro. "Non fate Gomorra" è stato ripetuto loro all'infinito (Francesco conferma).

L'universo femminile così come viene mostrato è realistico?
"Nelle paranze (è Saviano a rispondere) il ruolo femminile è il silenzio/assenso. Letizia adora il fatto che Nicola faccia paura agli altri pur non partecipando alla sua violenza. Si tratta di un equilibrio interessante. Il film proclama sentimenti ed emozioni e potrebbe suggerire che l'amore salva. In realtà siamo in presenza di un corto circuito perché l'amore è centrale nella vita di questi ragazzini, in controtendenza con la tradizione mafiosa per la quale chi si innamora è fesso. L'amore però non li salva perché se rinunciano alle armi, alla capacità di intimidazione, ai soldi pensano di non essere più desiderabili. Per cui, cambiando vita, toglierebbero paradossalmente strumenti all'amore.

Quali sono state le scelte di ambientazione?
Giovannesi: Abbiamo girato nel centro di Napoli perché è una dei pochi quartieri che, pur essendo al centro di una città, ha conservato un'identità popolare. Il mio principale riferimento cinematografico trae origine dal cinema italiano ma da un'ambientazione diversa. Ho avuto sempre presente l'immagine del bambino che prova a giocare, senza riuscirvi, tra le macerie di Berlino nel prefinale di Germania anno zero di Rossellini. Non sono mancate poi reminiscenze, anche molto lontane tra loro, come le opere di Francesco Rosi o film come Stand By Me e I Goonies. Tutto ciò finisce con il rappresentare bene la contraddizione tra innocenza e ferocia, tra gioco e guerra.


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